Il costo dell’emancipazione
La vera natura delle persone non può rimanere celata a lungo, per tutta l’esistenza: prima o poi l’essenza si mostra nuda e cruda e bisogna imparare a farci i conti.
Arcadio Sparaloca, professione maestro della scuola elemen‐ tare, si era sempre considerato un bimbo educato e pacato prima, un uomo cortese, cavaliere e integerrimo poi. Aveva uno stile classico, vestiva con l’abito camicia e cravatta. Spallucce strette, viso lunghino e vagamente equino era magro come un’acciuga. Vestito di tutto punto anche a scuola, intimoriva i bimbi che lo percepivano come una figura autoritaria con la quale era meglio non scherzare e perciò si comportavano osse‐ quiosamente: “Buon giorno signor maestro”, “Certamente signor maestro” e via andare. Arcadio, dal canto suo, un po’ ne era soddisfatto e un po’ ne soffriva, avrebbe voluto essere un maestro alla mano, con cui potessero scherzare come accadeva durante le ore di inglese con la sua collega Ione Giggi amatis‐ sima dai suoi alunni e invidiatissima da lui. Un giorno, mentre usciva da scuola tutto impettito, con la sua ventiquattrore di cuoio spelacchiata sugli angoli, Arcadio si persuase che fosse
tempo di cambiare atteggiamento. Camminò fino a casa assorto nei suoi pensieri e quando se ne rese conto dovette tornare indietro: aveva dimenticato che l’auto era parcheggiata vicino alla scuola! Meglio, si disse, così avrebbe avuto più tempo per pensare. Giunse alla prima conclusione del suo arrovellamento: era necessario un profondo cambiamento introspettivo prima di turbare le giovani menti degli alunni, doveva svestire i panni del perfettino a tutti i costi e diventare parte della comunità in un modo nuovo. Sospirò felice per l’esito fruttuoso del suo pensare… un urlo acuto gli uscì dalle viscere, inconsapevol‐ mente, quasi meccanicamente: aveva toccato la portiera della sua ruggente Alfasud verde 1200 che, rimasta sotto il sole, pareva essersi vendicata. Arcadio, dopo essersi soffiato sulle dita scottate, imprecando fra sé, aprì la portiera tenendola con il fazzolettino, con le iniziali ricamate, che tutte le mattine la mamma gli metteva nella tasca della giacca, e si sedette all’in‐ terno sudando, istantaneamente, tutta l’acqua che aveva in corpo più quella ricevuta per il battesimo. Mise in moto e si diresse, a finestrini abbassati, di nuovo verso casa. Arcadio abitava con la mamma, il babbo era morto diversi anni prima di infarto ed Arcadio non era più riuscito ad emanciparsi, a lasciare il nido. Certo era diventato uno stimato maestro ma, in paese, rimaneva il cocco di mamma ed Arcadio ne era consape‐ vole. Pensò che, anche quell’aspetto, con il suo piano, sarebbe cambiato. Aveva quarantatré anni, caspita, era tempo di correg‐ gere la rotta.
Appena entrò in casa avvertì una piacevole sensazione di fresco, si diresse alla cucina, aprì il frigo e si prese una brocca d’acqua fresca e se ne versò un bel bicchierone chiamando, a tutta gola, tra un sorso e l’altro, la mamma. Visto che ebbe, di rimando, solo silenzio si diresse a grandi passi verso la stanza della madre annunciando gli imminenti cambiamenti mentre ancora percorreva il corridoio in penombra. Quando arrivò alla
stanza baldanzoso e pieno di energia vide la madre a letto con le coperte fino al mento, lo sguardo fisso in un punto del muro in cui era appeso un quadro con il volto di Cristo, la bocca aperta a pronunciar qualcosa che nessuno, tranne forse l’Altis‐ simo, aveva udito. Il bicchiere, ormai vuoto gli cadde di mano rompendosi, sul lucido parquet a spina di pesce, in tre singoli grossi pezzi. Arcadio, di schianto, si inginocchiò vicino a lei, bianco come un cencio. Osò alzare lo sguardo verso il viso, più bianco del suo, che giaceva sul cuscino di cotone bianco rica‐ mato, immacolato e, d’un tratto, gli parve che lo sguardo della mamma fosse di rimprovero, che fosse diventato solido e lo stesse schiacciando come un martello. Chiuse gli occhi sudati e li riaprì quasi a voler cancellare quella subdola sensazione, d’istinto con lo stesso fazzoletto di poc’anzi si asciugò la fronte, il viso e, già che c’era, anche il collo, sempre tenendo lo sguardo basso sul perfetto risvolto del lenzuolo anch’esso, ovviamente, ricamato. Prima o poi doveva decidersi a guardarla, a sentirle il battito per verificare che fosse morta, a chiamare il medico, a raccogliere i pezzi di vetro ora divenuti, metaforicamente, lembi sanguinanti del suo cuore.
No, non aveva coraggio di fare nulla e decise di rimanere un altro po’ di tempo a guardare il risvolto del lenzuolo, crogio‐ landosi in uno stato di voluta apatia e vi si addormentò.
Un urlo, che sembrava disumano, lo ridestò di colpo, era la signora Fortunata Albieri, l’amica del cuore della mamma, che subito dopo avergli squassato le orecchie svenne. A quel punto Arcadio ebbe la conferma che la madre era trapassata e, forse, anche l’amica. Un altro urlo lacerante gli penetrò il timpano, come uno stiletto rovente, obbligandolo a tapparsi le orecchie con le mani e strizzando gli occhi come quando era bimbetto. L’urlatrice, stavolta, era la perpetua, Ippolita, mandata dal
parroco Padre Celestino, preoccupato per il ritardo insolito della mamma di Egisto, la devotissima Brigida che tanto si prodigava per la chiesa e non si era presentata per la confes‐ sione. L’insieme: Brigida morta nel letto, Egisto inginocchiato al lato del letto fissando il lenzuolo, la signora Fortunata, svenuta a terra in una strana, e contorta, posizione e la perpetua vestita di nero, come la morte in persona, con la bocca spalancata effetto forno sarebbe potuto diventare un bel quadro di un genere gotico moderno. Stordito, Arcadio, ancora non si alzava, pareva che stesse attendendo qualche segno misterioso o, meglio, mira‐ coloso… intanto, però, iniziavano a dolergli le ginocchia. Si decise finalmente a ritornare bipede quando, per darsi la spinta per rimettersi in piedi, appoggiò la mano su uno dei tre pezzi di vetro del bicchiere che gli procurò un nuovo lancinante dolore nella mano poco prima scottata. L’urlo di Arcadio, natural‐ mente, rimise in moto le urla isteriche dell’amica e della perpe‐ tua… almeno quella volta sua madre aveva opportunamente scelto di stare zitta. La situazione era paradossale: poco prima era pronto ad emanciparsi, ad uscire di casa, ad adottare un nuovo stile di vita, a diventare uomo, in sintesi, e invece eccolo lì, ferito e con la madre morta. I pensieri di poco prima inizia‐ rono a girare nella testa come fossero stati in una lavatrice in centrifuga.
Vacillava.
La perpetua, solerte e silenziosa, lesta gli avvicinò la sedia della toletta della mamma e lui nel sedersi ne percepì il suo profumo, la nuvola sottile della cipria e, improvvisamente, vedendosi ri$esso nel suo specchio, dove tante volte l’aveva vista, le aveva parlato, le aveva porto un fazzoletto… ebbe un sussulto. Arcadio, finalmente conscio dell’accaduto, cadde dalla sedia per lo shock e un altro pezzo di vetro del bicchiere rotto gli si conficcò nel collo togliendogli, questa volta, la possibilità di urlare. Incredulo tentava di respirare, istintivamente tentò di
tamponarsi il collo con la mano sanguinante, maledisse il bicchiere, le urlatrici, sé stesso ma poi, si placò appena vide la mamma Brigida che, in camicia da notte rosa pallido, gli sorri‐ deva in un alone di luce e gli tendeva la mano. Lui tese la propria e si rese conto che non sanguinava più, si sentiva leggero e in pace, attraversò la perpetua come fosse stata una tenda, raggiunse la luce prese la mano che la mamma gli porgeva mentre come ghiaccioli al sole i suoi piani e progetti di colpo evaporarono e svanì per sempre.
“/” Questo racconto è inserito nella raccolta: “Rivelazioni” disponibile su Amazon: https://www.amazon.com/RIVELAZIONI-Racconti-dellombra-della-Italian/dp/B0FMXYSYNH

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