Autore: Madame Douche

  • Il costo dell’emancipazione

    Il costo dell’emancipazione

    Il costo dell’emancipazione

    La vera natura delle persone non può rimanere celata a lungo, per tutta l’esistenza: prima o poi l’essenza si mostra nuda e cruda e bisogna imparare a farci i conti.

    Arcadio Sparaloca, professione maestro della scuola elemen‐ tare, si era sempre considerato un bimbo educato e pacato prima, un uomo cortese, cavaliere e integerrimo poi. Aveva uno stile classico, vestiva con l’abito camicia e cravatta. Spallucce strette, viso lunghino e vagamente equino era magro come un’acciuga. Vestito di tutto punto anche a scuola, intimoriva i bimbi che lo percepivano come una figura autoritaria con la quale era meglio non scherzare e perciò si comportavano osse‐ quiosamente: “Buon giorno signor maestro”, “Certamente signor maestro” e via andare. Arcadio, dal canto suo, un po’ ne era soddisfatto e un po’ ne soffriva, avrebbe voluto essere un maestro alla mano, con cui potessero scherzare come accadeva durante le ore di inglese con la sua collega Ione Giggi amatis‐ sima dai suoi alunni e invidiatissima da lui. Un giorno, mentre usciva da scuola tutto impettito, con la sua ventiquattrore di cuoio spelacchiata sugli angoli, Arcadio si persuase che fosse

    tempo di cambiare atteggiamento. Camminò fino a casa assorto nei suoi pensieri e quando se ne rese conto dovette tornare indietro: aveva dimenticato che l’auto era parcheggiata vicino alla scuola! Meglio, si disse, così avrebbe avuto più tempo per pensare. Giunse alla prima conclusione del suo arrovellamento: era necessario un profondo cambiamento introspettivo prima di turbare le giovani menti degli alunni, doveva svestire i panni del perfettino a tutti i costi e diventare parte della comunità in un modo nuovo. Sospirò felice per l’esito fruttuoso del suo pensare… un urlo acuto gli uscì dalle viscere, inconsapevol‐ mente, quasi meccanicamente: aveva toccato la portiera della sua ruggente Alfasud verde 1200 che, rimasta sotto il sole, pareva essersi vendicata. Arcadio, dopo essersi soffiato sulle dita scottate, imprecando fra sé, aprì la portiera tenendola con il fazzolettino, con le iniziali ricamate, che tutte le mattine la mamma gli metteva nella tasca della giacca, e si sedette all’in‐ terno sudando, istantaneamente, tutta l’acqua che aveva in corpo più quella ricevuta per il battesimo. Mise in moto e si diresse, a finestrini abbassati, di nuovo verso casa. Arcadio abitava con la mamma, il babbo era morto diversi anni prima di infarto ed Arcadio non era più riuscito ad emanciparsi, a lasciare il nido. Certo era diventato uno stimato maestro ma, in paese, rimaneva il cocco di mamma ed Arcadio ne era consape‐ vole. Pensò che, anche quell’aspetto, con il suo piano, sarebbe cambiato. Aveva quarantatré anni, caspita, era tempo di correg‐ gere la rotta.

    Appena entrò in casa avvertì una piacevole sensazione di fresco, si diresse alla cucina, aprì il frigo e si prese una brocca d’acqua fresca e se ne versò un bel bicchierone chiamando, a tutta gola, tra un sorso e l’altro, la mamma. Visto che ebbe, di rimando, solo silenzio si diresse a grandi passi verso la stanza della madre annunciando gli imminenti cambiamenti mentre ancora percorreva il corridoio in penombra. Quando arrivò alla

    stanza baldanzoso e pieno di energia vide la madre a letto con le coperte fino al mento, lo sguardo fisso in un punto del muro in cui era appeso un quadro con il volto di Cristo, la bocca aperta a pronunciar qualcosa che nessuno, tranne forse l’Altis‐ simo, aveva udito. Il bicchiere, ormai vuoto gli cadde di mano rompendosi, sul lucido parquet a spina di pesce, in tre singoli grossi pezzi. Arcadio, di schianto, si inginocchiò vicino a lei, bianco come un cencio. Osò alzare lo sguardo verso il viso, più bianco del suo, che giaceva sul cuscino di cotone bianco rica‐ mato, immacolato e, d’un tratto, gli parve che lo sguardo della mamma fosse di rimprovero, che fosse diventato solido e lo stesse schiacciando come un martello. Chiuse gli occhi sudati e li riaprì quasi a voler cancellare quella subdola sensazione, d’istinto con lo stesso fazzoletto di poc’anzi si asciugò la fronte, il viso e, già che c’era, anche il collo, sempre tenendo lo sguardo basso sul perfetto risvolto del lenzuolo anch’esso, ovviamente, ricamato. Prima o poi doveva decidersi a guardarla, a sentirle il battito per verificare che fosse morta, a chiamare il medico, a raccogliere i pezzi di vetro ora divenuti, metaforicamente, lembi sanguinanti del suo cuore.

    No, non aveva coraggio di fare nulla e decise di rimanere un altro po’ di tempo a guardare il risvolto del lenzuolo, crogio‐ landosi in uno stato di voluta apatia e vi si addormentò.

    Un urlo, che sembrava disumano, lo ridestò di colpo, era la signora Fortunata Albieri, l’amica del cuore della mamma, che subito dopo avergli squassato le orecchie svenne. A quel punto Arcadio ebbe la conferma che la madre era trapassata e, forse, anche l’amica. Un altro urlo lacerante gli penetrò il timpano, come uno stiletto rovente, obbligandolo a tapparsi le orecchie con le mani e strizzando gli occhi come quando era bimbetto. L’urlatrice, stavolta, era la perpetua, Ippolita, mandata dal

    parroco Padre Celestino, preoccupato per il ritardo insolito della mamma di Egisto, la devotissima Brigida che tanto si prodigava per la chiesa e non si era presentata per la confes‐ sione. L’insieme: Brigida morta nel letto, Egisto inginocchiato al lato del letto fissando il lenzuolo, la signora Fortunata, svenuta a terra in una strana, e contorta, posizione e la perpetua vestita di nero, come la morte in persona, con la bocca spalancata effetto forno sarebbe potuto diventare un bel quadro di un genere gotico moderno. Stordito, Arcadio, ancora non si alzava, pareva che stesse attendendo qualche segno misterioso o, meglio, mira‐ coloso… intanto, però, iniziavano a dolergli le ginocchia. Si decise finalmente a ritornare bipede quando, per darsi la spinta per rimettersi in piedi, appoggiò la mano su uno dei tre pezzi di vetro del bicchiere che gli procurò un nuovo lancinante dolore nella mano poco prima scottata. L’urlo di Arcadio, natural‐ mente, rimise in moto le urla isteriche dell’amica e della perpe‐ tua… almeno quella volta sua madre aveva opportunamente scelto di stare zitta. La situazione era paradossale: poco prima era pronto ad emanciparsi, ad uscire di casa, ad adottare un nuovo stile di vita, a diventare uomo, in sintesi, e invece eccolo lì, ferito e con la madre morta. I pensieri di poco prima inizia‐ rono a girare nella testa come fossero stati in una lavatrice in centrifuga.

    Vacillava.

    La perpetua, solerte e silenziosa, lesta gli avvicinò la sedia della toletta della mamma e lui nel sedersi ne percepì il suo profumo, la nuvola sottile della cipria e, improvvisamente, vedendosi ri$esso nel suo specchio, dove tante volte l’aveva vista, le aveva parlato, le aveva porto un fazzoletto… ebbe un sussulto. Arcadio, finalmente conscio dell’accaduto, cadde dalla sedia per lo shock e un altro pezzo di vetro del bicchiere rotto gli si conficcò nel collo togliendogli, questa volta, la possibilità di urlare. Incredulo tentava di respirare, istintivamente tentò di

    tamponarsi il collo con la mano sanguinante, maledisse il bicchiere, le urlatrici, sé stesso ma poi, si placò appena vide la mamma Brigida che, in camicia da notte rosa pallido, gli sorri‐ deva in un alone di luce e gli tendeva la mano. Lui tese la propria e si rese conto che non sanguinava più, si sentiva leggero e in pace, attraversò la perpetua come fosse stata una tenda, raggiunse la luce prese la mano che la mamma gli porgeva mentre come ghiaccioli al sole i suoi piani e progetti di colpo evaporarono e svanì per sempre.

    “/” Questo racconto è inserito nella raccolta: “Rivelazioni” disponibile su Amazon: https://www.amazon.com/RIVELAZIONI-Racconti-dellombra-della-Italian/dp/B0FMXYSYNH

  • Una strana compagnia

    Una strana compagnia

     

    Le giornate si stavano accorciando.
    Era l’unica cosa che sembrava cambiata da quando l’avevano appoggiata a quel lampione, in una strada fuori paese.

    All’improvviso, una folata di vento gelido fece roteare vorticosamente i pedali.
    Bianca, la bicicletta, si riscosse dal suo forzato immobilismo.
    La speranza che la sua padrona fosse tornata le inondò l’animo di un sentimento dimenticato.

    Le tornarono in mente le escursioni in campagna, il frenetico e gioioso scampanellare…
    Si guardò attorno. Ma non c’era nessuno.

    Non capiva come fosse possibile che nessuno volesse strapparla da quel lampione e portarsela in una nuova casa.
    Era ancora in forma, in fondo. Un po’ arrugginita, sì, le ruote sgonfie…
    Ma diciamocelo: rubano biciclette tutti i giorni. Solo che lei non era appetibile. Neanche per i ladri.

    Il broncio era diventato il suo vestito. Triste, pensava a quante amiche aveva perso da quando era stata assemblata: bici ignare, portate via e mai più ritornate.
    Lei no. Lei non faceva gola a nessuno.

    Un nodo le strinse il manubrio. Non riusciva nemmeno a far suonare il campanello, arrugginito pure lui.
    Non poteva neanche strillare.

    «Ohi che botta, porca miseria che male!»

    Qualcosa le era arrivata addosso, proprio lì, tra la gomma sgonfia e il cerchio.

    Si guardò in giro per capire, e udì una voce flebile:

    «Scusa, non l’ho fatto apposta! Il vento, impertinente, mi ha fatto roteare fino a qui! Ahi, che dolore! È pieno di sassi lungo la via!»

    Era una bottiglia di vino vuota, impolverata, con l’etichetta graffiata e in parte divelta.

    Il vento soffiava ancora forte. Bianca era alta e faticava a sentire la bottiglia, vicina alle sue ruote e sospinta dal vento, ora roteante su sé stessa.

    «Oh Dio! Ti prego, fermami! C’è una discesa poco oltre. Se arrivo laggiù, per me sarà la fine: mi romperò sulle pietre e addio futuro, addio vino nuovo, addio a tutti!»

    La disperazione nella voce della bottiglia fece breccia nel cuore di Bianca, che si guardò attorno per cercare una soluzione…
    Ma prima volle sapere il suo nome, come se ciò potesse fare la differenza.

    La bottiglia, tremante di paura, tintinnava. Ebbe la forza di rispondere:

    «Mi chiamo Silia, sono una bottiglia. E tu?»

    «Io sono Bianca, la bicicletta.»

    Il vento, infastidito da quel nuovo incontro, soffiò con più forza.
    Per ripicca, fece sbattere Silia di nuovo contro Bianca, mancando di un soffio un pedale.

    «Silia, c’è mancato poco! Come possiamo fare? Sono legata al lampione. Se anche riuscissi a cadere, non ti bloccherei… Ti romperei in mille pezzi.»

    Il vento, sfacciato, sembrava gonfiare le guance per soffiare ancora più forte.

    D’un tratto, un gigantesco foglio di carta volò proprio sull’incrocio e si accartocciò contro Bianca e il suo lampione.
    Una coperta improvvisata sulle spalle della bici. Nel movimento, la ruota anteriore si piegò e trascinò con sé la povera bottiglia, incastrandola sotto i pedali e impedendole di rotolare giù per la via.

    «Evviva!» esclamarono Bianca e Silia all’unisono. Silia era salva.

    Il foglio, invece, non sembrava così felice. Burbero, chiese:

    «Si può sapere da dove arriva tutto questo giubilo? Una giornata così brutta, il vento che mi sbatte ovunque… e voi dite “Evviva”? Non c’è nessun motivo per essere contenti!»

    Bianca cercò conforto in Silia, che rispose con slancio:

    «Caro foglio! Devi sapere che il tuo arrivo mi ha salvata! Stavo per rotolare giù per la strada, mi sarei frantumata! Mi hai salvato la vita! Grazie! Come ti chiami?»

    Il foglio, sentendo la spiegazione, si addolcì.

    «Sono Cartino. Lieto di esserti stato d’aiuto. Ero a scuola, con gli alunni. Mi avevano appeso alla ringhiera per dipingermi, ma il vento mi ha sollevato in aria prima che iniziassero.
    Ora resterò bianco e inutile per sempre. Non sentirò più le loro voci, né il loro tocco…»

    «Il vento, seppur fastidioso, ci ha fatto un regalo, Cartino! Ci ha fatto incontrare!» disse Bianca, speranzosa.

    Un vocio lontano si fece più forte.
    Tutti e tre smisero di parlare per ascoltare meglio.

    «Eccolo! È là, attaccato al lampione! Non si è nemmeno rotto. Andiamo a prenderlo, prima che inizi a piovere!» gridò un bambino entusiasta.

    Un gruppo di bambini con la maestra si stava avvicinando.

    Bianca e Silia pregarono in silenzio di essere salvate dalla solitudine.

    Le loro manine presero il foglio con delicatezza. Notarono anche la bicicletta e la bottiglia, che sembrava accovacciata apposta tra le ruote.

    La strada era deserta, non c’erano case.

    «Maestra, maestra! Possiamo prendere anche la bici e la bottiglia? Non possiamo lasciarle qui, sole, con questo brutto tempo! Portiamole a scuola, possiamo usarle entrambe!»

    La proposta fu accolta con entusiasmo.
    La maestra, visto lo stato di abbandono, acconsentì.
    La bici poteva essere utile a scuola, e la bottiglia servire per qualche lavoretto.

    Cartino divenne lo sfondo di un coloratissimo disegno di quella giornata speciale.
    Appeso al muro, osservava l’aula.

    La finestra si affacciava sul cortile, dove Bianca, ridipinta e lucida, attendeva trepidante i bambini per nuove avventure.
    Silia, lavata e dipinta, era una bottiglia d’arte. Non rimpiangeva più i liquidi che la riempivano: leggera, osservava il cielo dalla mensola.

    Bianca, Silia e Cartino diventarono parte della scuola, coccolati da bambini che ne comprendevano l’animo gentile.

    «Chissà» si chiese Bianca. «Era proprio così che doveva andare? O era, piuttosto, una storia orchestrata dal vento?»

  • Fioretta e il Pilates

    Fioretta e il Pilates

    Non è mai troppo tardi per una lezione di Pilates… o per un colpo di fulmine (o magari un colpo di scena)!
    In questa brillante commedia tra muscoli e rughe, Fioretta si ritrova alle prese con un insegnante che sembra uscito da un calendario sexy, rivali over 70 che non si arrendono mai e una misteriosa… arma di seduzione che chissà, forse è solo la sua crema antirughe!
    Un racconto esilarante e affilato, che ci ricorda che l’amore e la vanità non hanno età, ma un buon Pilates può aiutare!

      Prendendo la maglia pulita da indossare alla lezione di Pilates, Fioretta ebbe un attimo di ripensamento. Le tornò in mente la pelle lucida, il corpo tonico, pressocché nudo, lo sguardo magnetico dell’insegnante. L’istinto fu quello di chiudere il cassetto delle maglie a manica corta e aprire quello dei top, magari l’avrebbe notata. La mano toccava il bordo del cassetto delle canotte quando, come in un ologramma, le apparve la stanza in cui si svolgeva la lezione. Sui tappetini c’erano già sedute e pronte le compagne di corso… tutte donne over settanta con lo sguardo languido puntato su di lui.

      Richiuse di scatto il cassetto delle canotte e riaprì quello delle maglie e ne indossò una: c’era troppa concorrenza! Le vedeva … un ammasso di pelle plissettata dal tempo, e lei non era da meno. Quell’immagine le suscitò una risata, scosse la testa, per scacciare il pensiero di poter avere una chance con Innocente… l’insegnante si chiamava così, bonariamente accorciato in: Inno.

      Fioretta, come al solito, passò a prendere l’amica Ameris e si diressero alla palestra della scuola media, salirono due piani di scale ed eccolo lì. Le due amiche, ansimando per lo sforzo e per la vista, si guardarono, consapevoli di non avere speranza di scalfire il suo cuore. Le loro pupille si erano trasformate a forma di cuoricini adolescenziali.

      «Benvenute! Dai ragazze, prendete posto che iniziamo!». Dal tono della voce sembrava che avesse bevuto troppe bibite energetiche, i muscoli tesi, la pelle idratata e luccicante sotto la maglietta vissuta ed i pantaloncini cortissimi.

      Prima di stendere il tappetino e sedersi, si guardarono attorno: erano le uniche sui cinquanta abbondanti, equiparate alle altre ben più mature. Fioretta e Ameris si scambiarono uno sguardo complice e desolato: non avevano speranza.

      Fioretta si guardò la maglia anonima, i fuseaux lisi e i calzini … per fortuna, pensò. Se si fosse abbigliata in modo sensuale si sarebbe vergognata …sarebbe stata una disfatta.

      Inno, rivolgeva la parola a questa e a quella, poi entrò l’ultima. Tutte le volte, l’ultima.

      La signora Giancarla, ottantadue anni, ne dimostrava settantasei. Bionda con i capelli corti vaporosi, una bella signora che era riuscita a mantenere la bellezza della gioventù. Della gioventù manteneva  anche il fisico snello, i modi da diva. Indossava un completino di lycra turchese e fucsia: maglia a maniche corte e fuseaux, la felpa turchese sulle spalle, tappetino rosa sottobraccio e sneakers, in tinta.

      Le piaceva fare quelle entrate ad effetto ed Inno non mancava di adularla.

      Mentre lei stendeva il tappetino, lui la guardava sottocchio.

      A Fioretta parve di aver intercettato un fugace  sguardo d’intesa fra i due: «No, dai! Impossibile!». Si disse, allontanando la pazza idea.

      Iniziò la lezione, Inno sudava come le sue allieve.

      Tutte, come nel momento cruciale dell’eucarestia, guardavano la sua postazione come un altare, facendo quanto richiesto senza battere ciglio.

      Gli occhi inchiodati su di lui.

      L’attesa venne premiata e lui, come faceva sempre a metà lezione, si tolse la maglia intrisa di sudore restando a torso nudo, con i pantaloncini … molto “ini” … uno slip.

      Il deglutire comune emise uno strano verso.

      Imbarazzate, al suo sguardo indagatore, si guardarono la punta dei piedi suscitando il suo sorriso sornione.

      «C’è caldo ragazze, se volete togliervi le maglie fate pure!». Inno le incantava come il serpente nell’Eden… per lui avrebbero colto non solo una mela, ma tutta la frutta che c’era!

      Fioretta, seppure si sentisse già scesa nei gironi dell’inferno, non osò alleggerirsi. Le altre signore, non attendevano altro, attanagliate anche dalle vampate della menopausa.

      In cinque accettarono il suo invito, tre avevano i reggiseni mollacciosi che si indossano a casa, mentre si cura l’orto. Una aveva una canotta nera dignitosa, Giancarla sotto la maglia aveva un top sportivo multicolore.

      Pausa finita.

      «Allunga, piegati, stenditi, alza il bacino…». Fioretta, alla seconda lezione, sentiva male dappertutto, anche ai muscoli che non sapeva di avere.

      All’improvviso, nella stanza si udì, nitido, il rumore di una puzzetta.

      Dopo un primo istante di silenzio, tutti scoppiarono a ridere. Ciascuna guardava tutte le altre per scoprire l’autrice… o l’autore: Inno?

      Inno raggiunse ed aprì la finestra con espressione comprensiva: «Non c’è da vergognarsi ragazze, i movimenti possono generare questi episodi…».

      Mentre tutti ridacchiavano nervosamente, Fioretta si guardava intorno curiosa.

      L’unica che non si guardava in giro ma restava immobile e compassata era Giancarla.

      Le pareva perfino di sentirla  fischiettare per allontanare i sospetti.

      Il completino, evidentemente, non era contenitivo!

      La signora ottantaduenne si alzò con una grazia felina, che strideva con l’età anagrafica, e si diresse verso Inno, sussurrandogli qualcosa all’orecchio.

      «Ragazze, oggi concludiamo qui», annunciò lui e, con un improvviso cambio di programma, si  rimise la maglia. «Ci vediamo alla prossima lezione e recupereremo questi ultimi minuti».

      Le donne, deluse, iniziarono a raccogliere i loro tappetini.

      Fioretta ed Ameris si scambiarono uno sguardo perplesso mentre osservavano Giancarla che, con nonchalance, rimaneva indietro.

      Uscendo dalla palestra, Ameris si rivolse a Fioretta: «Hai notato? Giancarla è rimasta lì. Secondo te…?». Il suo sguardo cospiratorio parlava chiaro.

      «Secondo me noi siamo delle illuse», sospirò Fioretta. «Quella vecchia volpe aveva già tutto organizzato: ci ha battute tutte sul tempo».

      La settimana seguente, arrivarono puntuali alla lezione. Con sorpresa, trovarono un avviso sulla porta: «Lezione annullata per motivi personali dell’insegnante».

      «Non si fa così!», protestò Bruna a nome di tutto il gruppo. «Dovrà, per forza, recuperarla alla fine, ma poteva almeno mandare un messaggio!». Il malcontento serpeggiava tra le allieve che si allontanavano meste.

      Mentre Fioretta e Ameris tornavano deluse verso casa, incrociarono sulla strada un’auto sportiva rossa con la capotte abbassata. Al volante c’era proprio lui! Inno, con un cappello da baseball, gli occhiali da sole a specchio, che sorrideva smagliante. Al suo fianco, con occhiali da sole e foulard al vento come un’attrice della Dolce Vita, sedeva Giancarla che agitò la mano in un saluto regale.

      «Hai capito la signora?». Esclamò Ameris. «Non è stata la puzzetta a conquistarlo, ma i suoi soldi!».

      Fioretta rise, ma poi si fermò di colpo: «Aspetta… e se la puzzetta fosse stata una tattica di seduzione? Una mossa studiata?».

      Le due amiche si guardarono per un istante, poi scoppiarono in una risata convulsa sul marciapiede, mentre la sportiva rossa scompariva all’orizzonte con a bordo la nuova coppia della stagione.

      Fioretta si asciugò una lacrima: «Be’, almeno ora so che non devo investire in top sportivi firmati… ma in fagioli!».

      👉 Ti è piaciuto questo racconto?
      Hai anche tu un “gatto congelato” nella memoria?
      Raccontamelo nei commenti oppure condividi l’articolo con chi ama i pomeriggi perduti.

      Marzia Santella è autrice di racconti ironici e nostalgici ambientati nella provincia italiana. Con uno sguardo affettuosamente dissacrante, trasforma i piccoli episodi quotidiani in storie che fanno ridere, pensare… e magari rivalutare i fagioli.
      👉 Leggi altri racconti su https://madamedouche.wordpress.com/

    • Con un calzettone per gamba e una zeta sibilante – Diario comico di un’infanzia (quasi) normale

      Con un calzettone per gamba e una zeta sibilante – Diario comico di un’infanzia (quasi) normale

      Già nel grembo materno soffrivo di pigrizia acuta, pare che uscire non fosse la mia priorità, e come darmi torto? Vitto e alloggio gratis, nessuna spesa di trasporto… poi, una volta costretta a uscire, la mia esistenza, come tante, si è costellata di esperienze rivelatesi inutili, spesso nocive. In bilico tra due stati d’animo contrapposti: farmi accettare o distinguermi dagli altri? Servirebbe uno bravo, hanno anche creato l’app per trovarti l’analista ideale, ma perché farsi aiutare quando puoi sbagliare benissimo da sola e gratis? Vada per il fai da me, risparmiamo come mi ha insegnato la mia saggia nonna Giuditta.

      Un calzettone per sorte, gonna a pieghe, maglioncino a losanghe, scarpe simil-scarpone “scaliamo l’Everest”, occhi a palla, guance paffute e capelli senza senso, denominati in dialetto polesano: “insulsi”, corti e mossi. Non proprio la più bella del reame, una bambina come tante che passava inosservata il più del tempo. C’era sempre qualcun’altra che mi superava: estirpavo i fiori dal giardino di mamma per portarli alla maestra, e lei preferiva sempre quelli di altri scolari; cercavo di arrivare a catechismo in anticipo, ossequiosa, poi però cadevo dalla sedia provocando boati che echeggiavano per tutta la sagrestia; cercavo di comunicare, di dire la mia, e mi prendevano in giro per la mia zeta sibilante… Insomma, un’infanzia segnata dall’intelligenza, dalla bellezza, dalla sagacia… di qualcun altro. Nemmeno nei giochi mi destreggiavo bene, ero imbalsamata e procedevo con movimenti lenti, simil-bradipo, per cui difficilmente riuscivo a prendere la palla che mi veniva lanciata. Ero perennemente invidiosa di quelli — tutti gli altri — che, istintivamente, conoscevano le regole del gioco. Io, invece, rimanevo lì, spiazzata, con l’espressione ebete, in attesa che qualcuno si impietosisse e mi spiegasse cosa dovevo fare.

      Va da sé che, crescendo, le cose non migliorarono: cercavo disperatamente di essere inclusa in un mondo chiuso, sprangato, oserei dire. A casa potevo rifarmi: cercavo coccole, mi ingozzavo di merendine e di Nutella senza ingrassare di un grammo. Almeno avevo scoperto di possedere una virtù! Leggevo, certe sere con mamma guardavo la televisione… Belfagor, Sandokan, varietà, e gli immancabili cartoni di Yoghi e Bubu, Ernesto Sparalesto, poi robot di tutte le fogge. Piano piano, neanche a dirlo, cercavo di bucare il guscio ed uscire autonomamente: montavo sulla bici con la sella tutta bassa e il manubrio tutto alto, effetto chopper, e me ne andavo in giro per il paese cercando nuove ispirazioni. Si cresce più in fretta di quanto sembri e già prendevo il foglio rosa: guide spericolate per il paese, poi, con l’Ing. della scuola guida tutta dura sul sedile come se avesse ingoiato una scopa… Eppure, alla fine, l’ho avuta la patente. Senza la quale, in Polesine, sei ufficialmente morto di noia.

      Mi avevano dato anche un nome, come se fossi stata membro di una tribù indiano-americana: “Cavallo Pazzo”. Guidavo una sgangherata Panda blu smario (stinto) e tirare l’aria per partire era la regola, salvo poi procedere in una nuvola bianca di fumo fino alla destinazione. Una volta mi affiancarono su un incrocio a Rovigo — quando ancora c’era il semaforo al posto dell’attuale grande rotatoria — per dirmi che la mia macchina stava prendendo fuoco: poveri ignari. Bei tempi, con accelerazioni da autoscontri e sorpassi a episodi. Ho sofferto quando poi l’ho dovuta rottamare… Poi arrivò il Golf GTI, regalo preziosissimo della mia adorata Zia Franca. Che corse, che accelerazioni! Come beveva! Ma valeva ogni goccia di benzina super… Il display digitale, nei primi anni ’90, era un super lusso… ma quello che davvero rimpiango è lei: la mia Golf GTI. La cercavo nel traffico con le lacrime agli occhi — altro che amori perduti!

      E voi? Avete avuto un calzettone per gamba e una Panda a carburatore? Raccontatemi nei commenti le vostre disavventure più tragicomiche: la provincia, si sa, non perdona. 😉

    • Scrivere per Liberarsi: La Mia Notte di Tempesta

      Scrivere per Liberarsi: La Mia Notte di Tempesta

      Mi rifugiai sopra un foglio bianco, una notte in cui il vento sibilava forte fuori dalle mie finestre. Era una notte da lupi, la pioggia, furibonda, sferzava le mura della mia casa come se fosse stata la schiena bianca di un usurpatore maledetto. Tremavo, avevo freddo,

      non riuscivo a togliermi di dosso un antico senso di angoscia. Una sensazione sgradevole che mi accompagnava da quando ero bambina, da quando avevo iniziato a fare i conti con quanto mi circondava: odio i temporali, ancora di più quando si accompagnano ai fulmini, che percepivo come scheletri- fantasma come mi terrorizzavano o dai tuoni che squassavano le mie orecchie e sembravano esplodermi in petto, con un sordo boato. Nonostante fossi ormai adulta, ero succube delle condizioni meteorologiche e per liberarmene una sera avevo escogitato un diversivo, avevo iniziato a scrivere: note della spesa, pensieri, conteggi, bilanci … poi via via pensieri sempre più intimi. Mi ero decisa, ad un certo punto, a comprarmi uno di quei grossi quaderni dalla copertina rigida che mi evocavano le vicende di Pinocchio e Lucignolo. Quelle pagine divennero presto uno scoglio a cui potermi aggrappare naufraga in mezzo al mare, un salvagente lanciato tra le onde nelle giornate che non vorresti vivere, un quaderno e una penna, indissolubilmente legati, divenuti a poco a poco un’entità, un amico che non mi avrebbe mai tradito. Non mi importava di leggere quanto avevo scritto. Talvolta guardavo le pagine ancora candide, fogli intonsi, come la vita che ancora non avevo ancora vissuto, con serena curiosità e al contempo senza smania e senza fretta perché come soleva sempre dire mamma: “Quelo che xè destinà par ti nesun te lo tole” (quello che è destinato per te nessuno te lo toglie). La mia fede, in quel destino benevolo, non si era dimostrata sempre forte come la roccia, talvolta, lo ammetto, sapevo farmi cogliere dalla tristezza e dalla severa convinzione di essere l’eccezione che conferma la regola e, allora, scrivevo ancora di più. Sola, una donna sola e scribacchina, angosciata dai temporali, scossa dai tuoni, illuminata dai fulmini, seduta come un capo indiano, imbronciato e ostinato, sopra un foglio bianco. Io incapace di affrontare la tempesta, inerte sopra il ponte di una imbarcazione pericolosamente in balia dell’umore del mare, che non so riportare in porto. Non ho più scuse a quel punto, non ho più alibi a giustificare la mia immobilità dei sensi, raggomitolata come un gatto, tesa a scorgere, tra quelle nuvole nere, un bagliore del sole, un fulgido riflesso che mi illumini il viso. Un raggio che trafigga la notte cupa e mi permetta, finalmente, di rivedere il cielo sereno e nuovi orizzonti. Mi aggrappo al foglio con le mani, le dita fremono aggrappate ad una affusolata, bellissima, penna. La punta, allora, inizia a danzare sul foglio, mi sento leggera, viva, faccio piroette, disegno cose senza senso sapendo che lì nessuno mi giudica. Solo lì, scivolando come una pattinatrice sul ghiaccio, vedo la salvezza, conscia che il mio destino, da tempo, si era compiuto senza che io me ne accorgessi.

    • Il trionfo del lavoro di squadra

      Il trionfo del lavoro di squadra

      Ti diamo il benvenuto su WordPress. Questo è un articolo di esempio. Modificalo o eliminalo per fare il primo passo nel tuo viaggio nel mondo della creazione di un blog. Per aggiungere più contenuti, fai clic sulla piccola icona a forma di più in alto a sinistra. Lì troverai un lista di blocchi e pattern WordPress per soddisfare ogni tua esigenza nella creazione di contenuti. Inoltre, non dimenticare di dare un’occhiata alla Visualizzazione in modalità elenco: fai clic sull’icona a destra dell’icona a forma di più e otterrai un elenco facile da consultare di blocchi e pattern del tuo articolo.

    • Vantaggio adattivo

      Vantaggio adattivo

      Ti diamo il benvenuto su WordPress. Questo è un articolo di esempio. Modificalo o eliminalo per fare il primo passo nel tuo viaggio nel mondo della creazione di un blog. Per aggiungere più contenuti, fai clic sulla piccola icona a forma di più in alto a sinistra. Lì troverai un lista di blocchi e pattern WordPress per soddisfare ogni tua esigenza nella creazione di contenuti. Inoltre, non dimenticare di dare un’occhiata alla Visualizzazione in modalità elenco: fai clic sull’icona a destra dell’icona a forma di più e otterrai un elenco facile da consultare di blocchi e pattern del tuo articolo.