Categoria: Racconti di vita

  • Fioretta e il Pilates

    Fioretta e il Pilates

    Non è mai troppo tardi per una lezione di Pilates… o per un colpo di fulmine (o magari un colpo di scena)!
    In questa brillante commedia tra muscoli e rughe, Fioretta si ritrova alle prese con un insegnante che sembra uscito da un calendario sexy, rivali over 70 che non si arrendono mai e una misteriosa… arma di seduzione che chissà, forse è solo la sua crema antirughe!
    Un racconto esilarante e affilato, che ci ricorda che l’amore e la vanità non hanno età, ma un buon Pilates può aiutare!

      Prendendo la maglia pulita da indossare alla lezione di Pilates, Fioretta ebbe un attimo di ripensamento. Le tornò in mente la pelle lucida, il corpo tonico, pressocché nudo, lo sguardo magnetico dell’insegnante. L’istinto fu quello di chiudere il cassetto delle maglie a manica corta e aprire quello dei top, magari l’avrebbe notata. La mano toccava il bordo del cassetto delle canotte quando, come in un ologramma, le apparve la stanza in cui si svolgeva la lezione. Sui tappetini c’erano già sedute e pronte le compagne di corso… tutte donne over settanta con lo sguardo languido puntato su di lui.

      Richiuse di scatto il cassetto delle canotte e riaprì quello delle maglie e ne indossò una: c’era troppa concorrenza! Le vedeva … un ammasso di pelle plissettata dal tempo, e lei non era da meno. Quell’immagine le suscitò una risata, scosse la testa, per scacciare il pensiero di poter avere una chance con Innocente… l’insegnante si chiamava così, bonariamente accorciato in: Inno.

      Fioretta, come al solito, passò a prendere l’amica Ameris e si diressero alla palestra della scuola media, salirono due piani di scale ed eccolo lì. Le due amiche, ansimando per lo sforzo e per la vista, si guardarono, consapevoli di non avere speranza di scalfire il suo cuore. Le loro pupille si erano trasformate a forma di cuoricini adolescenziali.

      «Benvenute! Dai ragazze, prendete posto che iniziamo!». Dal tono della voce sembrava che avesse bevuto troppe bibite energetiche, i muscoli tesi, la pelle idratata e luccicante sotto la maglietta vissuta ed i pantaloncini cortissimi.

      Prima di stendere il tappetino e sedersi, si guardarono attorno: erano le uniche sui cinquanta abbondanti, equiparate alle altre ben più mature. Fioretta e Ameris si scambiarono uno sguardo complice e desolato: non avevano speranza.

      Fioretta si guardò la maglia anonima, i fuseaux lisi e i calzini … per fortuna, pensò. Se si fosse abbigliata in modo sensuale si sarebbe vergognata …sarebbe stata una disfatta.

      Inno, rivolgeva la parola a questa e a quella, poi entrò l’ultima. Tutte le volte, l’ultima.

      La signora Giancarla, ottantadue anni, ne dimostrava settantasei. Bionda con i capelli corti vaporosi, una bella signora che era riuscita a mantenere la bellezza della gioventù. Della gioventù manteneva  anche il fisico snello, i modi da diva. Indossava un completino di lycra turchese e fucsia: maglia a maniche corte e fuseaux, la felpa turchese sulle spalle, tappetino rosa sottobraccio e sneakers, in tinta.

      Le piaceva fare quelle entrate ad effetto ed Inno non mancava di adularla.

      Mentre lei stendeva il tappetino, lui la guardava sottocchio.

      A Fioretta parve di aver intercettato un fugace  sguardo d’intesa fra i due: «No, dai! Impossibile!». Si disse, allontanando la pazza idea.

      Iniziò la lezione, Inno sudava come le sue allieve.

      Tutte, come nel momento cruciale dell’eucarestia, guardavano la sua postazione come un altare, facendo quanto richiesto senza battere ciglio.

      Gli occhi inchiodati su di lui.

      L’attesa venne premiata e lui, come faceva sempre a metà lezione, si tolse la maglia intrisa di sudore restando a torso nudo, con i pantaloncini … molto “ini” … uno slip.

      Il deglutire comune emise uno strano verso.

      Imbarazzate, al suo sguardo indagatore, si guardarono la punta dei piedi suscitando il suo sorriso sornione.

      «C’è caldo ragazze, se volete togliervi le maglie fate pure!». Inno le incantava come il serpente nell’Eden… per lui avrebbero colto non solo una mela, ma tutta la frutta che c’era!

      Fioretta, seppure si sentisse già scesa nei gironi dell’inferno, non osò alleggerirsi. Le altre signore, non attendevano altro, attanagliate anche dalle vampate della menopausa.

      In cinque accettarono il suo invito, tre avevano i reggiseni mollacciosi che si indossano a casa, mentre si cura l’orto. Una aveva una canotta nera dignitosa, Giancarla sotto la maglia aveva un top sportivo multicolore.

      Pausa finita.

      «Allunga, piegati, stenditi, alza il bacino…». Fioretta, alla seconda lezione, sentiva male dappertutto, anche ai muscoli che non sapeva di avere.

      All’improvviso, nella stanza si udì, nitido, il rumore di una puzzetta.

      Dopo un primo istante di silenzio, tutti scoppiarono a ridere. Ciascuna guardava tutte le altre per scoprire l’autrice… o l’autore: Inno?

      Inno raggiunse ed aprì la finestra con espressione comprensiva: «Non c’è da vergognarsi ragazze, i movimenti possono generare questi episodi…».

      Mentre tutti ridacchiavano nervosamente, Fioretta si guardava intorno curiosa.

      L’unica che non si guardava in giro ma restava immobile e compassata era Giancarla.

      Le pareva perfino di sentirla  fischiettare per allontanare i sospetti.

      Il completino, evidentemente, non era contenitivo!

      La signora ottantaduenne si alzò con una grazia felina, che strideva con l’età anagrafica, e si diresse verso Inno, sussurrandogli qualcosa all’orecchio.

      «Ragazze, oggi concludiamo qui», annunciò lui e, con un improvviso cambio di programma, si  rimise la maglia. «Ci vediamo alla prossima lezione e recupereremo questi ultimi minuti».

      Le donne, deluse, iniziarono a raccogliere i loro tappetini.

      Fioretta ed Ameris si scambiarono uno sguardo perplesso mentre osservavano Giancarla che, con nonchalance, rimaneva indietro.

      Uscendo dalla palestra, Ameris si rivolse a Fioretta: «Hai notato? Giancarla è rimasta lì. Secondo te…?». Il suo sguardo cospiratorio parlava chiaro.

      «Secondo me noi siamo delle illuse», sospirò Fioretta. «Quella vecchia volpe aveva già tutto organizzato: ci ha battute tutte sul tempo».

      La settimana seguente, arrivarono puntuali alla lezione. Con sorpresa, trovarono un avviso sulla porta: «Lezione annullata per motivi personali dell’insegnante».

      «Non si fa così!», protestò Bruna a nome di tutto il gruppo. «Dovrà, per forza, recuperarla alla fine, ma poteva almeno mandare un messaggio!». Il malcontento serpeggiava tra le allieve che si allontanavano meste.

      Mentre Fioretta e Ameris tornavano deluse verso casa, incrociarono sulla strada un’auto sportiva rossa con la capotte abbassata. Al volante c’era proprio lui! Inno, con un cappello da baseball, gli occhiali da sole a specchio, che sorrideva smagliante. Al suo fianco, con occhiali da sole e foulard al vento come un’attrice della Dolce Vita, sedeva Giancarla che agitò la mano in un saluto regale.

      «Hai capito la signora?». Esclamò Ameris. «Non è stata la puzzetta a conquistarlo, ma i suoi soldi!».

      Fioretta rise, ma poi si fermò di colpo: «Aspetta… e se la puzzetta fosse stata una tattica di seduzione? Una mossa studiata?».

      Le due amiche si guardarono per un istante, poi scoppiarono in una risata convulsa sul marciapiede, mentre la sportiva rossa scompariva all’orizzonte con a bordo la nuova coppia della stagione.

      Fioretta si asciugò una lacrima: «Be’, almeno ora so che non devo investire in top sportivi firmati… ma in fagioli!».

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      Marzia Santella è autrice di racconti ironici e nostalgici ambientati nella provincia italiana. Con uno sguardo affettuosamente dissacrante, trasforma i piccoli episodi quotidiani in storie che fanno ridere, pensare… e magari rivalutare i fagioli.
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    • Con un calzettone per gamba e una zeta sibilante – Diario comico di un’infanzia (quasi) normale

      Con un calzettone per gamba e una zeta sibilante – Diario comico di un’infanzia (quasi) normale

      Già nel grembo materno soffrivo di pigrizia acuta, pare che uscire non fosse la mia priorità, e come darmi torto? Vitto e alloggio gratis, nessuna spesa di trasporto… poi, una volta costretta a uscire, la mia esistenza, come tante, si è costellata di esperienze rivelatesi inutili, spesso nocive. In bilico tra due stati d’animo contrapposti: farmi accettare o distinguermi dagli altri? Servirebbe uno bravo, hanno anche creato l’app per trovarti l’analista ideale, ma perché farsi aiutare quando puoi sbagliare benissimo da sola e gratis? Vada per il fai da me, risparmiamo come mi ha insegnato la mia saggia nonna Giuditta.

      Un calzettone per sorte, gonna a pieghe, maglioncino a losanghe, scarpe simil-scarpone “scaliamo l’Everest”, occhi a palla, guance paffute e capelli senza senso, denominati in dialetto polesano: “insulsi”, corti e mossi. Non proprio la più bella del reame, una bambina come tante che passava inosservata il più del tempo. C’era sempre qualcun’altra che mi superava: estirpavo i fiori dal giardino di mamma per portarli alla maestra, e lei preferiva sempre quelli di altri scolari; cercavo di arrivare a catechismo in anticipo, ossequiosa, poi però cadevo dalla sedia provocando boati che echeggiavano per tutta la sagrestia; cercavo di comunicare, di dire la mia, e mi prendevano in giro per la mia zeta sibilante… Insomma, un’infanzia segnata dall’intelligenza, dalla bellezza, dalla sagacia… di qualcun altro. Nemmeno nei giochi mi destreggiavo bene, ero imbalsamata e procedevo con movimenti lenti, simil-bradipo, per cui difficilmente riuscivo a prendere la palla che mi veniva lanciata. Ero perennemente invidiosa di quelli — tutti gli altri — che, istintivamente, conoscevano le regole del gioco. Io, invece, rimanevo lì, spiazzata, con l’espressione ebete, in attesa che qualcuno si impietosisse e mi spiegasse cosa dovevo fare.

      Va da sé che, crescendo, le cose non migliorarono: cercavo disperatamente di essere inclusa in un mondo chiuso, sprangato, oserei dire. A casa potevo rifarmi: cercavo coccole, mi ingozzavo di merendine e di Nutella senza ingrassare di un grammo. Almeno avevo scoperto di possedere una virtù! Leggevo, certe sere con mamma guardavo la televisione… Belfagor, Sandokan, varietà, e gli immancabili cartoni di Yoghi e Bubu, Ernesto Sparalesto, poi robot di tutte le fogge. Piano piano, neanche a dirlo, cercavo di bucare il guscio ed uscire autonomamente: montavo sulla bici con la sella tutta bassa e il manubrio tutto alto, effetto chopper, e me ne andavo in giro per il paese cercando nuove ispirazioni. Si cresce più in fretta di quanto sembri e già prendevo il foglio rosa: guide spericolate per il paese, poi, con l’Ing. della scuola guida tutta dura sul sedile come se avesse ingoiato una scopa… Eppure, alla fine, l’ho avuta la patente. Senza la quale, in Polesine, sei ufficialmente morto di noia.

      Mi avevano dato anche un nome, come se fossi stata membro di una tribù indiano-americana: “Cavallo Pazzo”. Guidavo una sgangherata Panda blu smario (stinto) e tirare l’aria per partire era la regola, salvo poi procedere in una nuvola bianca di fumo fino alla destinazione. Una volta mi affiancarono su un incrocio a Rovigo — quando ancora c’era il semaforo al posto dell’attuale grande rotatoria — per dirmi che la mia macchina stava prendendo fuoco: poveri ignari. Bei tempi, con accelerazioni da autoscontri e sorpassi a episodi. Ho sofferto quando poi l’ho dovuta rottamare… Poi arrivò il Golf GTI, regalo preziosissimo della mia adorata Zia Franca. Che corse, che accelerazioni! Come beveva! Ma valeva ogni goccia di benzina super… Il display digitale, nei primi anni ’90, era un super lusso… ma quello che davvero rimpiango è lei: la mia Golf GTI. La cercavo nel traffico con le lacrime agli occhi — altro che amori perduti!

      E voi? Avete avuto un calzettone per gamba e una Panda a carburatore? Raccontatemi nei commenti le vostre disavventure più tragicomiche: la provincia, si sa, non perdona. 😉