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  • Una strana compagnia

    Una strana compagnia

     

    Le giornate si stavano accorciando.
    Era l’unica cosa che sembrava cambiata da quando l’avevano appoggiata a quel lampione, in una strada fuori paese.

    All’improvviso, una folata di vento gelido fece roteare vorticosamente i pedali.
    Bianca, la bicicletta, si riscosse dal suo forzato immobilismo.
    La speranza che la sua padrona fosse tornata le inondò l’animo di un sentimento dimenticato.

    Le tornarono in mente le escursioni in campagna, il frenetico e gioioso scampanellare…
    Si guardò attorno. Ma non c’era nessuno.

    Non capiva come fosse possibile che nessuno volesse strapparla da quel lampione e portarsela in una nuova casa.
    Era ancora in forma, in fondo. Un po’ arrugginita, sì, le ruote sgonfie…
    Ma diciamocelo: rubano biciclette tutti i giorni. Solo che lei non era appetibile. Neanche per i ladri.

    Il broncio era diventato il suo vestito. Triste, pensava a quante amiche aveva perso da quando era stata assemblata: bici ignare, portate via e mai più ritornate.
    Lei no. Lei non faceva gola a nessuno.

    Un nodo le strinse il manubrio. Non riusciva nemmeno a far suonare il campanello, arrugginito pure lui.
    Non poteva neanche strillare.

    «Ohi che botta, porca miseria che male!»

    Qualcosa le era arrivata addosso, proprio lì, tra la gomma sgonfia e il cerchio.

    Si guardò in giro per capire, e udì una voce flebile:

    «Scusa, non l’ho fatto apposta! Il vento, impertinente, mi ha fatto roteare fino a qui! Ahi, che dolore! È pieno di sassi lungo la via!»

    Era una bottiglia di vino vuota, impolverata, con l’etichetta graffiata e in parte divelta.

    Il vento soffiava ancora forte. Bianca era alta e faticava a sentire la bottiglia, vicina alle sue ruote e sospinta dal vento, ora roteante su sé stessa.

    «Oh Dio! Ti prego, fermami! C’è una discesa poco oltre. Se arrivo laggiù, per me sarà la fine: mi romperò sulle pietre e addio futuro, addio vino nuovo, addio a tutti!»

    La disperazione nella voce della bottiglia fece breccia nel cuore di Bianca, che si guardò attorno per cercare una soluzione…
    Ma prima volle sapere il suo nome, come se ciò potesse fare la differenza.

    La bottiglia, tremante di paura, tintinnava. Ebbe la forza di rispondere:

    «Mi chiamo Silia, sono una bottiglia. E tu?»

    «Io sono Bianca, la bicicletta.»

    Il vento, infastidito da quel nuovo incontro, soffiò con più forza.
    Per ripicca, fece sbattere Silia di nuovo contro Bianca, mancando di un soffio un pedale.

    «Silia, c’è mancato poco! Come possiamo fare? Sono legata al lampione. Se anche riuscissi a cadere, non ti bloccherei… Ti romperei in mille pezzi.»

    Il vento, sfacciato, sembrava gonfiare le guance per soffiare ancora più forte.

    D’un tratto, un gigantesco foglio di carta volò proprio sull’incrocio e si accartocciò contro Bianca e il suo lampione.
    Una coperta improvvisata sulle spalle della bici. Nel movimento, la ruota anteriore si piegò e trascinò con sé la povera bottiglia, incastrandola sotto i pedali e impedendole di rotolare giù per la via.

    «Evviva!» esclamarono Bianca e Silia all’unisono. Silia era salva.

    Il foglio, invece, non sembrava così felice. Burbero, chiese:

    «Si può sapere da dove arriva tutto questo giubilo? Una giornata così brutta, il vento che mi sbatte ovunque… e voi dite “Evviva”? Non c’è nessun motivo per essere contenti!»

    Bianca cercò conforto in Silia, che rispose con slancio:

    «Caro foglio! Devi sapere che il tuo arrivo mi ha salvata! Stavo per rotolare giù per la strada, mi sarei frantumata! Mi hai salvato la vita! Grazie! Come ti chiami?»

    Il foglio, sentendo la spiegazione, si addolcì.

    «Sono Cartino. Lieto di esserti stato d’aiuto. Ero a scuola, con gli alunni. Mi avevano appeso alla ringhiera per dipingermi, ma il vento mi ha sollevato in aria prima che iniziassero.
    Ora resterò bianco e inutile per sempre. Non sentirò più le loro voci, né il loro tocco…»

    «Il vento, seppur fastidioso, ci ha fatto un regalo, Cartino! Ci ha fatto incontrare!» disse Bianca, speranzosa.

    Un vocio lontano si fece più forte.
    Tutti e tre smisero di parlare per ascoltare meglio.

    «Eccolo! È là, attaccato al lampione! Non si è nemmeno rotto. Andiamo a prenderlo, prima che inizi a piovere!» gridò un bambino entusiasta.

    Un gruppo di bambini con la maestra si stava avvicinando.

    Bianca e Silia pregarono in silenzio di essere salvate dalla solitudine.

    Le loro manine presero il foglio con delicatezza. Notarono anche la bicicletta e la bottiglia, che sembrava accovacciata apposta tra le ruote.

    La strada era deserta, non c’erano case.

    «Maestra, maestra! Possiamo prendere anche la bici e la bottiglia? Non possiamo lasciarle qui, sole, con questo brutto tempo! Portiamole a scuola, possiamo usarle entrambe!»

    La proposta fu accolta con entusiasmo.
    La maestra, visto lo stato di abbandono, acconsentì.
    La bici poteva essere utile a scuola, e la bottiglia servire per qualche lavoretto.

    Cartino divenne lo sfondo di un coloratissimo disegno di quella giornata speciale.
    Appeso al muro, osservava l’aula.

    La finestra si affacciava sul cortile, dove Bianca, ridipinta e lucida, attendeva trepidante i bambini per nuove avventure.
    Silia, lavata e dipinta, era una bottiglia d’arte. Non rimpiangeva più i liquidi che la riempivano: leggera, osservava il cielo dalla mensola.

    Bianca, Silia e Cartino diventarono parte della scuola, coccolati da bambini che ne comprendevano l’animo gentile.

    «Chissà» si chiese Bianca. «Era proprio così che doveva andare? O era, piuttosto, una storia orchestrata dal vento?»