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  • LA VISITA

    LA VISITA

    La visita
    di Marzia Santella

    Suona la sveglia alle sette. Come una passeggera di una nuvola bianca e soffice, stento a ritornare alla realtà. Metto giù i piedi dal letto, respiro e mi do la spinta per arrivare al bagno.

    Le caviglie scricchiolano come la vecchia tolda di una nave. A piccoli passi cammino davanti allo specchio del corridoio. Vedo una befana che strascica i piedi come faceva mio zio poco prima del trapasso.

    Come si chiamava lo zio?
    Ma sì! Lo devo sapere! È il fratello del nonno, dai che lo sai…
    No, non mi viene in mente. Porca l’oca.

    Ecco. Questi piccoli segnali: non ricordarsi il nome delle persone, delle cose. Non ricordarsi perché mi sto dirigendo in un’altra stanza.

    Dopo un’attenta valutazione giungo alla conclusione di essere affetta da una patologia che compromette in modo graduale le mie capacità cognitive. Prendo appuntamento in neurologia. Magari, iniziando subito con la cura, potrei preservare qualcosa.

    Temo di non superare i test. Mi cadono le chiavi dell’auto dalle mani sudate, tremo come una lavatrice in centrifuga. Mi porto in borsa una TAC fatta nel 2006. Una somma di lastre che pare un faldone giudiziario.

    «Buongiorno, signora. Mi dica» mi accoglie con un sorriso.

    Io, vestita a lutto con tacco dodici, le sciorino tutte le mie recenti fisime e le porgo la busta contenente le lastre del ’97.

    Le estrae e le contempla come fossero una reliquia.
    «Non le so leggere, non ho mai visto una TAC fatta così!» ride. «Pare un reperto da museo!»

    «Dottoressa, io non mi ricordo nulla del mio passato, sono molto preoccupata. Poi cammino come avessi cent’anni, a piccoli passi e mezza curva… come se avessi, che so, il Parkinson?»

    «Si alzi e cammini fino alla porta e poi torni indietro» dice, diffidente.

    Mi alzo e cammino. I tacchi rimbombano sul pavimento piastrellato. Torno alla mia sedia.

    «Lei cammina come un bersagliere. Ma l’ha mai vista una persona con il Parkinson, signora?»

    «Mi scriva una frase di senso compiuto.» Mi porge foglio e penna.

    Scrivo con la mia pessima calligrafia a zampa di gallina:
    “Se mi lasci non vale.”

    Giro il foglio e glielo avvicino.

    La dottoressa legge e sorride. Non si arrende. Mi invita a stendermi sul lettino e mi batte il martelletto sulle ginocchia per controllare i riflessi. Tutto a posto.

    «Le dico tre parole: casa, carota, barca. Le tenga a mente, poi gliele chiederò.»

    Inizio compulsivamente a ripeterle nella mia mente, disturbata dal resto delle domande a cui devo rispondere. Cerco di scindere il cervello: metà risponde, metà ripete le tre parole. Ma la faccenda si complica.

    «Conti a scalare di sette, partendo da cento, fino a quando non la fermo. A voce alta.»

    Eccheca… e ora come faccio? Scala di sette? Io odio la matematica. Rispondo alle domande, tengo a mente le parole e faccio pure i conti?

    «Mi dica le tre parole» chiede sorridente.

    Io, ancora alle prese con i sette… non me le ricordo.
    Aspetta… casa, carota e… banana no! Barca!

    «Signora, da quanto ho potuto vedere non riscontro problemi. Ma se vuole approfondire possiamo comunque programmare una TAC.»

    «Mi fido di lei, dottoressa. Volevo capire se c’era qualcosa che non andava. Grazie, va bene così.»

    Esco dall’ambulatorio camminando come un bersagliere.
    Con i tacchi.

    Guardo i corridoi, le persone sedute in attesa.
    Ritorno sui miei passi.

    Riapro la porta, bussando leggermente.

    «Dottoressa? Mi scusi… per l’uscita da che parte vado? Non mi ricordo.»