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  • Scrivere per Liberarsi: La Mia Notte di Tempesta

    Scrivere per Liberarsi: La Mia Notte di Tempesta

    Mi rifugiai sopra un foglio bianco, una notte in cui il vento sibilava forte fuori dalle mie finestre. Era una notte da lupi, la pioggia, furibonda, sferzava le mura della mia casa come se fosse stata la schiena bianca di un usurpatore maledetto. Tremavo, avevo freddo,

    non riuscivo a togliermi di dosso un antico senso di angoscia. Una sensazione sgradevole che mi accompagnava da quando ero bambina, da quando avevo iniziato a fare i conti con quanto mi circondava: odio i temporali, ancora di più quando si accompagnano ai fulmini, che percepivo come scheletri- fantasma come mi terrorizzavano o dai tuoni che squassavano le mie orecchie e sembravano esplodermi in petto, con un sordo boato. Nonostante fossi ormai adulta, ero succube delle condizioni meteorologiche e per liberarmene una sera avevo escogitato un diversivo, avevo iniziato a scrivere: note della spesa, pensieri, conteggi, bilanci … poi via via pensieri sempre più intimi. Mi ero decisa, ad un certo punto, a comprarmi uno di quei grossi quaderni dalla copertina rigida che mi evocavano le vicende di Pinocchio e Lucignolo. Quelle pagine divennero presto uno scoglio a cui potermi aggrappare naufraga in mezzo al mare, un salvagente lanciato tra le onde nelle giornate che non vorresti vivere, un quaderno e una penna, indissolubilmente legati, divenuti a poco a poco un’entità, un amico che non mi avrebbe mai tradito. Non mi importava di leggere quanto avevo scritto. Talvolta guardavo le pagine ancora candide, fogli intonsi, come la vita che ancora non avevo ancora vissuto, con serena curiosità e al contempo senza smania e senza fretta perché come soleva sempre dire mamma: “Quelo che xè destinà par ti nesun te lo tole” (quello che è destinato per te nessuno te lo toglie). La mia fede, in quel destino benevolo, non si era dimostrata sempre forte come la roccia, talvolta, lo ammetto, sapevo farmi cogliere dalla tristezza e dalla severa convinzione di essere l’eccezione che conferma la regola e, allora, scrivevo ancora di più. Sola, una donna sola e scribacchina, angosciata dai temporali, scossa dai tuoni, illuminata dai fulmini, seduta come un capo indiano, imbronciato e ostinato, sopra un foglio bianco. Io incapace di affrontare la tempesta, inerte sopra il ponte di una imbarcazione pericolosamente in balia dell’umore del mare, che non so riportare in porto. Non ho più scuse a quel punto, non ho più alibi a giustificare la mia immobilità dei sensi, raggomitolata come un gatto, tesa a scorgere, tra quelle nuvole nere, un bagliore del sole, un fulgido riflesso che mi illumini il viso. Un raggio che trafigga la notte cupa e mi permetta, finalmente, di rivedere il cielo sereno e nuovi orizzonti. Mi aggrappo al foglio con le mani, le dita fremono aggrappate ad una affusolata, bellissima, penna. La punta, allora, inizia a danzare sul foglio, mi sento leggera, viva, faccio piroette, disegno cose senza senso sapendo che lì nessuno mi giudica. Solo lì, scivolando come una pattinatrice sul ghiaccio, vedo la salvezza, conscia che il mio destino, da tempo, si era compiuto senza che io me ne accorgessi.