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  • Con un calzettone per gamba e una zeta sibilante – Diario comico di un’infanzia (quasi) normale

    Con un calzettone per gamba e una zeta sibilante – Diario comico di un’infanzia (quasi) normale

    Già nel grembo materno soffrivo di pigrizia acuta, pare che uscire non fosse la mia priorità, e come darmi torto? Vitto e alloggio gratis, nessuna spesa di trasporto… poi, una volta costretta a uscire, la mia esistenza, come tante, si è costellata di esperienze rivelatesi inutili, spesso nocive. In bilico tra due stati d’animo contrapposti: farmi accettare o distinguermi dagli altri? Servirebbe uno bravo, hanno anche creato l’app per trovarti l’analista ideale, ma perché farsi aiutare quando puoi sbagliare benissimo da sola e gratis? Vada per il fai da me, risparmiamo come mi ha insegnato la mia saggia nonna Giuditta.

    Un calzettone per sorte, gonna a pieghe, maglioncino a losanghe, scarpe simil-scarpone “scaliamo l’Everest”, occhi a palla, guance paffute e capelli senza senso, denominati in dialetto polesano: “insulsi”, corti e mossi. Non proprio la più bella del reame, una bambina come tante che passava inosservata il più del tempo. C’era sempre qualcun’altra che mi superava: estirpavo i fiori dal giardino di mamma per portarli alla maestra, e lei preferiva sempre quelli di altri scolari; cercavo di arrivare a catechismo in anticipo, ossequiosa, poi però cadevo dalla sedia provocando boati che echeggiavano per tutta la sagrestia; cercavo di comunicare, di dire la mia, e mi prendevano in giro per la mia zeta sibilante… Insomma, un’infanzia segnata dall’intelligenza, dalla bellezza, dalla sagacia… di qualcun altro. Nemmeno nei giochi mi destreggiavo bene, ero imbalsamata e procedevo con movimenti lenti, simil-bradipo, per cui difficilmente riuscivo a prendere la palla che mi veniva lanciata. Ero perennemente invidiosa di quelli — tutti gli altri — che, istintivamente, conoscevano le regole del gioco. Io, invece, rimanevo lì, spiazzata, con l’espressione ebete, in attesa che qualcuno si impietosisse e mi spiegasse cosa dovevo fare.

    Va da sé che, crescendo, le cose non migliorarono: cercavo disperatamente di essere inclusa in un mondo chiuso, sprangato, oserei dire. A casa potevo rifarmi: cercavo coccole, mi ingozzavo di merendine e di Nutella senza ingrassare di un grammo. Almeno avevo scoperto di possedere una virtù! Leggevo, certe sere con mamma guardavo la televisione… Belfagor, Sandokan, varietà, e gli immancabili cartoni di Yoghi e Bubu, Ernesto Sparalesto, poi robot di tutte le fogge. Piano piano, neanche a dirlo, cercavo di bucare il guscio ed uscire autonomamente: montavo sulla bici con la sella tutta bassa e il manubrio tutto alto, effetto chopper, e me ne andavo in giro per il paese cercando nuove ispirazioni. Si cresce più in fretta di quanto sembri e già prendevo il foglio rosa: guide spericolate per il paese, poi, con l’Ing. della scuola guida tutta dura sul sedile come se avesse ingoiato una scopa… Eppure, alla fine, l’ho avuta la patente. Senza la quale, in Polesine, sei ufficialmente morto di noia.

    Mi avevano dato anche un nome, come se fossi stata membro di una tribù indiano-americana: “Cavallo Pazzo”. Guidavo una sgangherata Panda blu smario (stinto) e tirare l’aria per partire era la regola, salvo poi procedere in una nuvola bianca di fumo fino alla destinazione. Una volta mi affiancarono su un incrocio a Rovigo — quando ancora c’era il semaforo al posto dell’attuale grande rotatoria — per dirmi che la mia macchina stava prendendo fuoco: poveri ignari. Bei tempi, con accelerazioni da autoscontri e sorpassi a episodi. Ho sofferto quando poi l’ho dovuta rottamare… Poi arrivò il Golf GTI, regalo preziosissimo della mia adorata Zia Franca. Che corse, che accelerazioni! Come beveva! Ma valeva ogni goccia di benzina super… Il display digitale, nei primi anni ’90, era un super lusso… ma quello che davvero rimpiango è lei: la mia Golf GTI. La cercavo nel traffico con le lacrime agli occhi — altro che amori perduti!

    E voi? Avete avuto un calzettone per gamba e una Panda a carburatore? Raccontatemi nei commenti le vostre disavventure più tragicomiche: la provincia, si sa, non perdona. 😉